Thursday, July 23, 2015

Franz Kafka scriveva a mio nonno Giovanni...

Nella mattina di un caldo luglio non potei fare a meno di andare nella vecchia casa disabitata dei nonni, in via Montenotte...


Quando aprii il portone verdeazzurro ed entrai nel corridoio d’ingresso, non potei fare a meno di sentire l’odore della casa avita di cinquant’anni prima, di quando erano ancora in vita i miei nonni: un melange di odori non ben definibile che mi avvolgeva: cenere e carboni spenti, mattonelle lavate con lisciva, ciotole di legno che avevano contenuto giuncata di capra, polenta di farina bianca, castagne affumicate, mazzolini di lavanda essicata, tamarindo, fave secche, ceci, tiglio, sambuco, camomilla, sentore di caglio, fogliame di castagno, fieno ben secco ridotto in polvere, sacchi da grano vuoti, pecore appena tosate, sapone di marsiglia nella tinozza…

 Subito a destra la ripida scala per il piano superiore e un po’ più avanti il sottoscala che serviva anche da pratico ripostiglio. Mentre mi introducevo con la testa nel buio del sottoscala mi tornarono alla mente le fotografie di nonno Giovanni vestito da granatiere di Sardegna, richiamato al fronte, con i baffi e il sigaro nella mano destra... Erano gli anni che l’Italia, dal 24 maggio 1915 combatteva contro l’Austria… da quel giorno quasi mezzo milione dei nostri soldati cominciò a marciare verso il confine con l’Impero...
In un pacco di carte legate trovai alcune cartellette, su di una  c’era scritto, a grandi lettere in stampatello, l’unica parola  “KAFFA”… Notai all’interno alcuni ritagli di giornale e fotografie d’epoca, poi una serie di cartoline e lettere ben riposte, su carta di vari colori dal grigio-azzurro al verde-giallo, al bianco sporco… tutte scritte in tedesco e con una calligrafia regolare, qua è là solo qualche piccola correzione... Il nonno, notaio di grande cultura letteraria e giuridica, scriveva correttamente in latino e tedesco, ma queste non erano copie di lettere,erano sicuramente lettere ricevute dall’Austria o dalla Germania…

7 gennaio, 1912. Mentre ero coricato sul sofà e nelle due camere di qua e di là si parlava ad alta voce, a sinistra soltanto donne, a destra piuttosto uomini, ebbi l’impressione che fossero esseri grossolani, implacabili, i quali non sanno che cosa dicono e parlano soltanto per mettere in moto l’aria e parlando alzano il viso e seguono con lo sguardo le parole pronunciate.
Così mi passa la domenica quieta e piovosa, sto seduto nella mia camera in pace, ma invece di risolvermi a scrivere e a riversare nello scritto, come per esempio avrei voluto fare ier l’altro, me stesso con tutto ciò che sono, ho fissato ora per parecchio tempo le mie dita.
Credo di essere stato questa settimana interamente sotto l’influsso di Goethe, di aver esaurito appunto la potenza di questo influsso e di essere quindi diventato inutile.

24 gennaio 1912. Mercoledì. Non scrivo da molto tempo per le seguenti ragioni: ero in collera col mio principale e ho chiarito la cosa soltanto mediante una buona lettera; sono stato più volte in fabbrica; ho letto L’histoire de la littérature judéo-allemande di Pinus, cinquecento pagine, e precisamente con avidità e con una attenzione, una fretta, un piacere che non ho mai provato con libri simili…

25 febbraio 1912. Tenere stretto da oggi il diario! Scrivere regolarmente! Non rinunciare a me stesso! Anche se la redenzione non viene, voglio però esserne degno ad ogni momento. Ho passato questa sera in perfetta indifferenza alla tavola familiare, la destra sulla spalliera della sedia di mia sorella che giocava accanto a me, la sinistra abbandonata in grembo. Di tanto in tanto cercavo di rendermi conto della mia infelicità, ma non posso dire di esservi riuscito.


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